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La differenziata vale 45 miliardi, il 3% del Pil

18.11.2008

E’ proprio vero che “pecunia non olet”. Perché l’immondizia, ben differenziata, vale più dell’oro. E non sente i contraccolpi della crisi economica, la volatilità dei mercati e del prezzo del greggio.



Secondo quanto riportato dal sito www.repubblica.it, l’industria del riciclo viaggia, anzi, a gonfie vele con un fatturato, escludendo i termovalorizzatori, superiore a 45 miliardi di euro, pari al 3% del Pil nazionale. Acciaio, alluminio, carta, legno, plastica: scarti risparmiati alla lunga morte in discarica e che rinascono tornando a impacchettare merci o come materie prime di “seconda mano”. Provengono da rottame e da materiali di recupero oltre il 60% della produzione nazionale di acciaio, il 75% dell’alluminio, il 70% dei pannelli per mobili, il 55% della produzione cartaria, il 45% della plastica. Un risparmio per le casse dell’industria e un guadagno per l’ambiente. In attesa del sogno del “packaging zero”, è in pieno fermento la parte alta della filiera, quella che fornisce la materia prima, recuperando e preparando le merci per la loro seconda vita. Nel 2007, 33 milioni di tonnellate sono state riciclate da vari materiali. Solo gli imballaggi incidono per il 22%. “Dieci anni fa, alla nascita del Conai - ricorda Piero Perron, presidente del consorzio nazionale imballaggi, che compra i rifiuti dalle amministrazioni e li vende alle aziende del riciclo - la quota era ferma al 14%. In questo periodo la percentuale dei volumi degli imballaggi riciclati è cresciuta del 114%. Il canale dei rifiuti urbani è più che triplicato, oggi al 41% sul totale, mentre il resto è di derivazione industriale. Sono stati compiuti passi incredibili grazie agli accordi con i comuni, contribuendo alla riduzione di almeno 5 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 l’anno. Negli ultimi dodici mesi, poi, il sistema Conai ha avviato a recupero il 67% delle merci immesse a consumo. Il che significa che solo un terzo finisce ancora in discarica”. Il settore è vitale e dinamico, ma resta estremamente polverizzato. Gli operatori che separano, pressano e stoccano le merci sono circa 3.400. Un frazionamento che non accenna a diminuire, mentre negli Usa, dove il riciclo vale 280 miliardi di dollari, ma anche in casa dei cugini francesi, il mercato è dominato da grandi multinazionali. Nel giro di quattro anni le imprese sono aumentate di 400 unità. Di aggregazioni neanche a parlarne. È cresciuto però anche il fatturato complessivo, oggi pari a 4,7 miliardi, e quello medio, passando 0,8 milioni a 1,3 milioni. Ma il 50% delle micro e piccole imprese ha ricavi per meno di 500mila euro. “Non è facile sviluppare un’economia di scala in questo comparto - continua Perron - perché gli impianti sono ancora piccoli e presidiano i territori. E soprattutto perché l’Italia continua a viaggiare a due velocità, con il Sud ancora molto indietro rispetto al Nord, dove sono concentrati il 60% dei 300 impianti di riciclo e circa la metà delle aziende”. Per questa ragione Conai sta puntando la bussola verso Sud. Con l’obiettivo di far diventare l’emergenza rifiuti un’opportunità: creazione di impresa e posti di lavoro contro il dilagare dell’illegalità nella gestione dell’immondizia.

Fonte CONAI.it

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